Il museo è un gioiello e un‘occasione culturale per la regione

Nasce il «Caproni» 

E anche Trento ha il suo Beaubourg

 

Parla la figlia dell’ingegnere Caproni, Maria Fede, anima del museo dedicato al padre. Una struttura che la famiglia ha voluto nascesse in Trentino, perché le loro radici affondano in questa terra, «vero paradiso terrestre della convivenza umana»

 

TRENTO - Un museo vivente, vero, visibile. Cosi appare i! nuovissimo Museo Caproni a tutti coloro che costeggiano l’aeroporto. La nuova, linda, colorata struttura, pulsa e gli oggetti con_ tenuti le danno vita. Con i lucidi e piccoli aerei, o i più vecchi di legno e stoffa che sono un pezzo di storia d’Italia industriale, come il Lingotto di Torino, con le sue piste automobilistiche. E il «Caproni» è ancora più avanti, nella fruizione, è qualcosa che in questa città non si è mai visto, una struttura moderna, contenitore - trasparente - di storia, di idee e di cultura, come lo è il Beaubourg di Parigi. Ora c’è una struttura cosi. A Trento. Perché Gianni Caproni fu trentino e non ha mai smesso di pensare alla sua terra. Come non hanno mai smesso di farlo i suoi figli. Cosi anche Maria Fede Caproni in Armani, che il museo ha fortissimamente voluto, che di questa struttura è la vulcanica e incontenibile anima.   

Una donna che ha raccolto l’eredità di suo padre e di sua madre, eredità non solo patrimoniale ma soprattutto dello spirito di Caproni, che prima ancora che un industriale aeronautico fu uno dei pionieri italiani dell’aria, un genio. La figlia vulcanica gli ha reso questo omaggio e dalle sue parole escono gocce distillate di storia.

Nega nulla, non rimpiange un’età che per la famiglia fu d’oro. «Non solo per il benessere - dice Maria Fede - quello era relativo. Era l’attività di mio padre ad essere incredibile. Tre giorni a Milano, due giorni a Roma. Per risparmiare tempo dormiva in viaggio, nei vagoni letto. E casa mia era frequentata da tanta gente. Ci venne Horty, presidente ungherese, ci venne il re Vittorio Emanuele Ill, e donna Rachele, Trilussa, Marinetti, D’Annunzio che scrisse a nostro padre “Senza Cozzar Dirocco” a mo’ di ringraziamento». E riaffiorano tanti altri ricordi. «Mio padre odiava sprecare il tempo, per lui tutto doveva servire. Aveva acquistato anche la Fonoroma perché voleva produrre dei buoni film. Non scemenze. Diceva sempre che se proprio ci si doveva divertire tanto valeva farlo in modo istruttivo. Tutti noi, otto tra fratelli e sorelle, abbiamo avuto un’educazione severissima. E i rapporti con i genitori erano diversi da quelli odierni. La maggior parte del tempo della mia infanzia l'ho passato con le governanti. E con ritmi di vita molto pesanti. Sveglia prestissimo, poi c’era lezione di scherma, poi si studiava molto severamente. fino al pranzo. che durava un’ora. E dopo si studiava inglese, tedesco e francese e finalmente al termine un’ora di ginnastica. Ma la ricchezza non la vivevamo noi figli, anche se la famiglia possedeva stabilimenti e soldi. Si pensi che noi in casa vestivamo con tutine di tela d’aeroplano perché erano più robuste, per risparmiare». 

Insomma, Caproni non dimentica le sue origini, non concepisce lo spreco, soldi ne girano pochi nonostante le fortune. In casa ci si arrangia con quello che «passa il convento». Rimediando anche qualche gaffes: «Prima della guerra mio padre aveva bisogno di un finanziamento. Invita un banchiere milanese a pranzo, per blandirlo. Finito il pranzo la mia sorellina chiede alla mamma: posso avere mezza banana? Il finanziamento sfumò, come ci si poteva fidare della solidità di uno che non ha nemmeno le banane da dare a sua figlia?» Ma Caproni non si perde mai d’animo. E’ un’infaticabile progettista. Prima ancora che un industriale. Eppure non dimentica mai dove è nato. Nonostante si debba spostare in continuazione, nonostante abiti a Venegono, nel Varesino, torna sempre a respirare l'aria di casa. «Mio padre ci portava spesso la domenica nei boschi in Trentino, che non dimentico mai. Si passeggiava e lui metteva da parte ali, eliche, stabilimenti. In quelle passeggiate ho imparato più cose sul mondo e la vita che nel resto dei miei anni. Non solo ci ha insegnato il rispetto del mondo, ma anche della gente. Per i nostri genitori era fondamentale il rapporto con le maestranze, che noi figli dovevamo sempre e comunque tenere in considerazione. Capisco cosa attirava qui nostro padre. Trento è il paradiso della convivenza umana, del rispetto, di ruoli non precostituiti».

Maria Fede Caproni - che tutti chiamano «Contessa» per il titolo del padre, Conte di Taliedo - ricorda e racconta, con dovizia di particolari. Si appassiona e si infervora. Conosce a menadito ogni aereo, ogni caratteristica tecnico-fisica. Una grande esperta aeronautica. Conscia della storia che porta sulle spalle, è anche vezzosa ma senza lo snobismo di chi proviene dall’elite dell’aristocrazia. E non è snob nemmeno quando difende la sua ingombrante formazione ideologica, che alla famiglia ha procurato più grattacapi che favori. Ma questo interessa poco. Interessano le sue iniziative, che promettono faville in futuro.